Dalle liberalizzazioni di Mario Monti, due settori sono usciti con poco più che una carezza: banche e assicurazioni. Eppure, soprattutto il primo, hanno molte responsabilità nelle crisi mondiali di questi ultimi quattro anni. Ed entrambi sono passaggi (o pedaggi) obbligati per la vita quotidiana delle famiglie: certo molto più di tassisti, farmacisti, notai.
La Banca d’Italia ha appena reso nota un’indagine sui costi bancari italiani: calano quelli delle operazioni allo sportello ma aumentano, anche a doppia o tripla cifra, le commissioni sui bancomat o le spese per la tenuta dei fidi, questi ultimi indispensabili per le famiglie e soprattutto per le piccole imprese.
Ciò che è più grave aumentano i tassi per mutui e prestiti ma soprattutto è in netto calo la concessione di credito alle famiglie (del 20 per cento) e alle aziende (del 15 per cento). Se nel primo caso si può dare la colpa anche alla minore richiesta a causa della crisi, nel secondo il motivo è esattamente opposto: la crisi richiederebbe più credito, ma le banche chiudono i rubinetti.
Eppure la Bce ha messo a disposizione del sistema bancario europeo quasi 500 miliardi di euro, e di questi circa 120 miliardi sono stati erogati a banche italiane; che in gran parte li tengono ancora parcheggiati nei forzieri di Francoforte. Le liberalizzazioni potevano colpire anche in questo settore? Certamente sì; ma si è preferito agire solo sui “conti base”, in gran parte quelli che lo stesso governo ha obbligato ad aprire per il deposito delle pensioni.
Eppure in questi ultimi anni le banche sono state le grandi beneficiarie della crisi. Secondo i dati di Deutsche Bank e SocGen, i salvataggi diretti bancari sono costati in tutto il mondo 3.442 miliardi di euro, per due terzi negli Usa. Mentre se si fosse agito tempestivamente evitare il contagio greco avrebbe comportato un esborso di 167 miliardi. Due pesi e due misure – grande rigore per le popolazioni, occhio di riguardo per il sistema bancario – che neppure il governo Monti ha pensato di invertire.
Stesso discorso per le assicurazioni. La scatola nera e gli sconti in caso di riparazioni dirette non sono liberalizzazioni: si tratta di offerte commerciali che le compagnie praticano da tempo, peraltro a fronte di un costo delle polizze che è tra i più alti d’Europa. Eppure non si può dire che le aziende assicuratrici siano ben gestite, come dimostra il mezzo fallimento di Fondiaria-Sai. Al quale si è rimediato non con una soluzione di mercato, ma con un salvataggio pilotato ad opera di Unipol, il colosso delle Coop (rosse) che così si troverà a gestire gran parte del business assicurativo.
Tutte operazioni di cartello che potrebbero avere un senso solo se si obbligano banche e assicurazioni ad aiutare le famiglie e il sistema produttivo: non gratis certamente, ma con tassi e costi europei. Ma a quanto pare qui si continua a chiudere un occhio, anzi due.
follow me